
La Patagonia … è un luogo dell’anima, è un’isola lontana, e la distanza che bisogna attraversare è fatta di polvere, pioggia, sangue e sentimenti taciuti
Nella musica del vento di Marco Steiner (Salani): Gli occhi non scivolano sulla pagina. Vengono scartavetrati. E’ un’operazione di contatto apparentemente ostile che toglie gli strati superficiali per raggiungere l’essenza di una vita. L’esistenza di Morgan Jones non è un affare da poco. E’ “quel mare, quelle lande desolate, quel vento gelido, quei paesaggi grigi e quei cespugli spinosi” che “”si erano induriti per restare ostili nei confronti di uomini come me”.
Morgan Jones è l’uomo de silenzi che diventano parole diverse e rivelatrici solo nello spazio attraversato della Patagonia fino a quando il piede e lo zoccolo non marcano più il terreno, ma lo spostamento scivola e fluisce in un continuo di appartenenza e non di possesso del luogo. E qui il dialogo si interrompe perché il senso è stato raggiunto, il luogo dell’anima è stato trovato.
Il finale non chiude, ma apre a una dimensione interpretativa che connette la durezza dell’avventura al divenire di un significato in progressione verso il congiungimento tra una vita e una dimensione geografica.
Ogni idillio è scardinato dalla filigrana della storia che netta in controluce sull’orizzonte delle vicende fa emergere la spietatezza di una conquista europea nelle sue violenze e nelle sue miserie. Ma se la poesia è vedere oltre l’apparenza e scomporre e ricomporre anche spezzando per comprendere, questa vita ha una sua originale poesia. L’asprezza trainante e magnetica della fisicità è il mezzo su cui lo spirito viaggia per essere condotto là dove deve arrivare.
Alla fine dell’avventura vi chiederete chi ha vinto. La domanda è inutile. Rientra nella logica del profitto che la Patagonia espelle da se stessa. Qui l’importante è capire la musica nel vento .



