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Tango e anarchia con Tito Barbini

C’è un intreccio di vite e di pensieri nel libro di Tito Barbini, Il fabbricante di giocattoli (Arkadia). Una storia di riscatto e ribellione, di passione e dolore, di libertà e amore per un’idea rivoluzionaria di mondo e di comunità.

E’ la storia di un giovane uomo ma ne contiene molte altre, come nel gioco delle matrioske russe, perché dalla Russia inizia il viaggio di Simon Radowitzky, anarchico,ebreo, russo, scampato ai pogrom ed emigrato in Argentina all’alba del Novecento. La sua vicenda umana e “politica” racchiude i percorsi del movimento anarchico in America latina e dell’impegno civile nella difesa dei diritti degli oppressi calpestati dagli oppressori.

Simon si batte per questo e per questo trascorrerà oltre vent’anni nel bagno penale di Ushuaia, nella Terra del fuoco, alla fine del mondo. Entra con i ferri ai polsi in una cella angusta e umida a vent’anni e ne esce uomo maturo, pieno di cicatrici nel corpo e nell’anima, con addosso l’orrore delle sevizie e delle torture, ma mai domo, pronto a combattere di nuovo e a modo suo, l’idea di libertà e giustizia a
tutti i costi, anche con la violenza.

Simon immola venti anni della sua vita sull’altare della “giustizia” e rischia ancora, una volta fuori da quel “buco” nero – la cella numero 155 -, mettendosi in gioco ogni volta, sfidando la sorte in un equilibrio precario. Sempre in bilico, a un passo dalla morte. Da bambino Simon correva nei prati
dell’Ucraina con l’aquilone cucito dalla madre, nero da un lato e rosso dall’altro.

Sulla soglia dei vent’anni costruisce una bomba-giocattolo e uccide il capo della polizia di Buenos Aires. Il suo gesto diventa il “vessillo” degli anarchici sudamericani e lui viene spedito in galera alla fine del mondo.

Una narrazione avvincente che riesce a portare il lettore davanti a questo giovane uomo, a ciòche ha deciso di patìre e a camminare al suo fianco, tra il fetore el’abominio del bagno penale di Ushuaia, o per le vie di Buenos Aires afare la rivoluzione, o ancora nella struggente contaminazione del
tango argentino.

Ma in questo libro che chiude il cerchio sulla saga dedicata all’America Latina che Barbini ha attraversato in lungo e in largo in numerosi viaggi divenuti libri di successo (Don Patagonia,
Severino e America, L’ultimo pirata della Patagonia, solo per citarne alcuni) e di esplorazione per chi, come me, non ha mai messo piede in quel pezzo di “nuovo mondo”, non c’è solo Simon. C’è molto di più: c’è una ricostruzione meticolosa di un Paese mèta di grandi migrazioni, con un pezzo d’Italia partita dall’Italia, gente in cerca di pane e lavoro.

Gente di cui si sa poco o niente, sparita dai radar della storia. Barbini va in cerca di questa umanità e la rintraccia nei documenti, nelle testimonianze, restituendo memoria e dignità. C’è dell’altro: lo scrittore incontra Simon durante un viaggio nella Terra del Fuoco e il suo viaggio diventa quello del protagonista, in uno strano rapporto osmotico.

Emergono affinità, sottili e forse involontarie convergenze, che rendono la narrazione coinvolgente
perché ad un certo punto, è come se Simon Radowitzky fosse Tito Barbini o viceversa. Simon da bambino giocava con un aquilone, prima dei vent’anni mise insieme un giocattolo mortale e da uomo libero costruì giocattoli in una fabbrica. Tito ragazzino, è cresciuto tra i giocattoli del banco che i genitori aprivano nella piazza del Municipio, a Cortona. Percorsi diametralmente opposti, ma con la politica nel sangue di entrambi.

E’ nella città etrusca dove è nato e ha governato da sindaco, che Barbini porta il suo Fabbricante di
giocattoli
. E’ tra le Rughe che Simon si muoverà seguendo il ritmo di un tango argentino che
parla di riscatto, libertà e anarchia.

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