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Nelson e il perdono che ci rende migliori

Ognuno ha la sua piccola prigione. Mi riferisco a quella intima, fatta degli egoismi o delle meschinità che ci impediscono di volare alto. Accanto a questa però, che più o meno ci accomuna come genere umano, oggi tutti noi possiamo dire di aver sperimentato anche un altro tipo di prigionia. Ce l’ha imposta il primo lockdown con le sue relative conseguenze, per ciascuno diverse, per tutti inevitabili. 
Alessandro Lo Presti ci porge la lettura della sua reclusione forzata ne Il guerriero guaritore (edizione Setteponti, 2020) e lo fa salendo sulle spalle di un gigante come Nelson Mandela, che proprio in carcere, a Robben Island, si conservò “libero come un falco” uscendone “più maturo” al punto da segnare per sempre il futuro del suo paese e lanciare messaggi indelebili per l’intera umanità.

E’ grazie a una posizione eretica, controcorrente, come l’ha acutamente definita Grazia Francescato nella prefazione, che Lo Presti intraprende un viaggio a elica, che scava ogni volta più a fondo, fino ad arrivare alle domande essenziali che dovremmo porci tutti, in quanto uomini e donne.
Il punto di partenza è Mandela, certo, che concepisce la Commissione per la Verità e la Riconciliazione facendo perno sul concetto “credili migliori e saranno migliori”, slancio eretico anche questo, se si vuole, e passaggio indispensabile per ricostruire una memoria realmente condivisa che passa dal riconoscimento pieno degli errori commessi. 

Ma Lo Presti poi prosegue sviscerando il concetto di “giustizia riparativa”, spirito del perdono pubblico, per approdare infine al valore intrinseco del perdono. 

E qui fa esplodere la dimensione contemporanea in tutta la sua drammatica limpidezza.
In un Paese che ha messo in crisi il principio di comunità, in cui c’è sempre troppo spazio per l’odio e i veleni, in cui perdoniamo facilmente noi stessi scaricando la colpa sugli altri, Lo Presti, di nuovo controcorrente, ci propone un’azione semplice e dirompente, la riconciliazione. O meglio, “la reazione di chi non vuole farsi incatenare dal male”. E ne mostra la forza. Che fu collettiva per il Sudafrica. Che è individuale per le nostre vite, nelle quali mentre rancore e sentimento di vendetta sono come bulldozer e distruggono tutto, il perdono ha un valore terapeutico. 

Il perdono cura. 

Risuona la parola cura mentre alle spalle l’Italia è ancora piegata dalla pandemia. Risuona in un paese popolato da bollettini di contagi e di morti, di crisi aziendali e di violenze familiari e no.
Cura: la presa di responsabilità che parte dall’uomo, si riflette su di lui e si rivolge all’altro, agli altri, universalmente collegati.

L’armonia delle interrelazioni, racchiusa nell’espressione in lingua bantu ubuntu, che indica “benevolenza verso il prossimo”, o nel principio buddhista engi, che spiega che tutte le cose esistono o si verificano solo in relazione ad altri, o nella parola creato, l’unicità tra uomo e ambiente, mostra che Africa chiama Oriente che chiama Occidente. Il concetto è uno solo: siamo tutti uniti.
Ma non ce ne accorgiamo se non in occasioni straordinarie o estreme come la pandemia.

E’ su questo noi, l’unico terreno su cui è possibile imprimere l’azione, che il Lo Presti impegnato a riflettere sulla complessità drammatica del momento cede il passo al Lo Presti politico che, parafrasando gli striscioni illusori dell’”andrà tutto bene” del primo lockdown, scrive che “tutto andrà bene solo se cambieremo interiormente, se modificheremo i nostri comportamenti (…) soprattutto se sapremo immaginare un mondo diverso, migliore e più giusto. 

Come ha fatto Nelson Mandela. Che con la Commissione per la Verità e Riconciliazione ha dimostrato come la trasformazione interiore e la fiducia nell’uomo, unite a un sano pragmatismo dell’azione politica, possono rendere possibile quello che fino al momento prima è considerato impossibile”.

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