
E’ un libro importante, Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Neri Pozza), mi verrebbe da dire un libro necessario, un libro che bisogna costringersi a leggere a dispetto della sua mole e di una ritrosia che, per la verità, fa presto a svanire.
Io l’ho letto la volta che sono partito per un cammino coast to coast nell’Inghilterra del nord, lungo il Vallo di Adriano, l’antica frontiera romana. Viaggio magnifico, in cui era naturale portarsi dietro le Memorie della Yourcenar, tanto per ripercorrere la storia dell’imperatore che si era spinto fino a quel confine, anzi, che quel confine l’aveva segnato. Invece mi portai dietro questo libro che raccontava di una lunga ricerca nelle terre dell’Europa orientale che è anche un viaggio nella memoria della Shoah. A dispetto della sua mole, per l’appunto, equivalente a un mattone nello zaino. Giusta punizione per uno come me, che nemmeno in viaggio cede all’ebook.
Eppure proprio questo libro mi ha tenuto compagnia e fatto sì che i pensieri lasciassero l’imperatore per puntare sui soldati senza nome e poi sui popoli che quelle terre hanno abitato e di cui ora, davvero, è tanto se il nome è rimasto.
Da quel viaggio queste pagine continuano a bussare alla porta della mia vita. Lo fanno con citazioni che, in qualche modo, danno un senso, o una profondità, alle mie giornate. Per esempio sui monumenti che ricordano le guerre che ci sono state e i loro morti (scomparsi anche loro, come gli scomparsi del titolo, vite inghiottite di cui rimangono tutt’al più elenchi).
Ancora una volta, come mi accade spesso davanti a monumenti che non recano alcun segno – come potrebbe essere altrimenti? – degli eventi storici di cui sono stati testimoni, avvertii una vaga delusione, un senso di inutilità. Mi era difficile collegare quella piccola costruzione insignificante agli accadimenti raccapriccianti che qui avevano avuto luogo.
Ecco cosa dice Daniel Mendelsohn: ecco cosa ho costantato nel mio cammino lungo il Vallo, lungo il confine dell’impero, tra distese d‘erica e venti di settentrione.



