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Non tutto è perduto

Non tutto è perduto (Guanda) è il nuovo romanzo di Marco Vichi con protagonista l’amatissimo commissario Franco Bordelli.

Se voi affezionati pensavate di conoscere il Commissario, di sapere già tutto di lui dopo tante avventure e vicissitudini sappiate che Franco Bordelli ha ancora molto con cui stupirci.

Certo, è l’uomo che come sempre sussulta al primo refolo di primavera (siamo nell’aprile del 1970), è attento, curioso e senza pregiudizi nei confronti di tutto il nuovo che avanza, sia quando si tratta di seguire, con un misto di distacco e apprensione, le vicende dell’Apollo 13, sia di fronte alla costante crisi giovanile; è lungimirante nell’interrogarsi di fronte a TV spazzatura e problematiche ecologiche ed è allibito quando deve assistere – ancora – a scontri violenti tra rossi e neri.

È l’uomo che con un niente – una foto, una passata davanti alla casa di viale Volta, una fugace gita al mare, un oggetto caro – torna bambino e si lascia cullare dal piacere malinconico dei ricordi, dai rimpianti, dei volti sfumati, evanescenti ed invocati di chi non c’è più. Ma è anche lo scolaretto frustrato nella sua curiosità un po’ fuori dagli schemi che ha dovuto fare i conti con una istituzione irregimentata la quale, con molte probabilità, non ha saputo soddisfare il suo desiderio di conoscenza, di “vera” conoscenza.

È l’adolescente che sogna di vivere in uno scenario medievale con la sua Eleonora, per poi tornare alla realtà ben più sanguigna e decisamente meno sognante (nonostante il nuovo piccolo nido allestitogli dal Botta) di San Frediano: realtà sempre e comunque amata proprio perché più “vera”, come “vera” è la tacita bellezza della basilica di San Miniato. Ed è ancora l’uomo a disagio di fronte al malessere mentale, come di fronte all’altra follia, quella della violenza, dallo stupro ai campi di sterminio, con tutte le sue sfumature di ferocia e brutalità che, volente o nolente, ha lambito pure lui durante la guerra civile d’Italia.

Non ha perso poi il vizio, il Commissario, di osservare (quasi spiare) i passanti in una sua personalissima indagine antropologica: analizza, cataloga i più disparati tipi umani con i quali ha avuto a che fare nella sua intensa vita, continua ad approfondire uno dei suoi soggetti preferiti, il “fiorentino”; ma, lo sappiamo, su tutti ama osservare le donne per carpirne segreti e misteri e proprio qui le cose iniziano a cambiare dato che sarà proprio l’amata Eleonora, “la sintesi di ogni tipo di bellezza”, ad esigere un “nuovo Bordelli”, curiosa quanto lui di entrare nei misteriosi meccanismi della mente e del di lui passato.

A ben leggere è dunque un Bordelli in piena evoluzione. È in crisi bella e buona, il Commissario. È iniziata per lui un’epoca nuova: quella della pensione.

Ma, appunto, non tutto è perduto perché questa nuova primavera lo stuzzicherà più del solito, fino a fargli estrarre dal suo inconscio più profondo un desiderio mai sopito: risolvere il suo primo caso, un caso del 1947, l’unica macchia della sua carriera. Il ritorno a quel passato rappresenta la sua ininterrotta lotta con se stesso e con il senso insopportabile di vuoto che a tratti lo attanaglia, con la paura insostenibile di trasformarsi in un essere inutile e senza scopo. Non si rende conto, il Commissario (a differenza di noi lettori) di quanto la sua vita interiore ed esteriore sia in realtà un caleidoscopio di azioni, emozioni, riflessioni: “si diceva tanto che le donne erano complicate ma lui non era da meno…” per farla breve.

Basti pensare a quanti cassetti spalanchi una semplice discussione con Dante, uno degli amici della sempre più nutrita e prolifica Confraternita: i due disquisiscono, con malcelata leggerezza, di musica, nutrimento dell’anima, per poi perdersi nei meandri tutt’altro che armonici di una realtà dominata sempre più inesorabilmente dalla nuova ideologia, dal nuovo vangelo – il capitalismo nel suo lato più disumano – per poi finire ad elaborare una loro personale, utopica via di fuga. Uomini che hanno ancora, nonostante tutto, voglia di pensare, di capire, di ragionare, di combattere con le armi della giustizia, una giustizia “vera”, che purtroppo non risiede sempre nella Legge.

Una “vera conoscenza”, una “vera realtà”, una “vera bellezza” si è detto poco sopra: ed è proprio la Verità la parola chiave di questo nuovo avvincente romanzo, un romanzo che forse più di altri profuma oltretutto di Leopardi (un altro a cui la Verità stava piuttosto a cuore). Ma quale Verità? La Vera Veríta alla quale Vichi dedica l’intero romanzo o l’“ottima verità” che verrà impacchettata alla fine dell’altro torbido caso, quello di cui si occuperà Piras con l’aiuto di Bordelli?

Il caso del 1947, sappiatelo, è ancora lì: freme e scalpita per essere risolto, così come Eleonora freme e scalpita dalla curiosità di sapere tutto del misterioso Corvo (e noi lettori fremiamo e scalpitiamo da molto prima di lei). Ma in attesa di risalire sulla giostra del prossimo romanzo lasciamo il Commissario a godersi, al chiaro di una luna luminosa e primaverile, una nuova e inedita emozione: la sua scrittrice preferita, l’ineffabile Alba de Céspedes, ha risposto alla sua lettera. Emozione inedita…per lui.

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