
Raffinato intellettuale, romanziere eclettico ed esperto traduttore di letteratura latinoamericana, con Il Caravaggio scomparso (Golem, 2021) Riccardo Ferrazzi ci regala un godibile divertissement.
Siamo all’incirca negli anni Dieci di questo secolo, a Busto Arsizio: Salvatore Navarra, un imprenditore siciliano, trapiantato al Nord fin da quando era ancora adolescente, un bel giorno scompare. Qualche tempo dopo un incendio sicuramente doloso scoppia nella sua fabbrica. Suo figlio Michele detto Mick chiede aiuto a un ex compagno di scuola, il giornalista Piero Colombo, il quale, solo per essersi immischiato in faccende che non lo riguardano, si prende una bella botta in testa.
Spuntano fuori un’amante svizzera, una graziosa infermiera, la mafia, la stidda e naturalmente il Caravaggio del titolo. Non posso dire altro sulla trama, ricca di colpi di scena, ma aggiungerò qualcosa sulla lingua di questo romanzo: un italiano fluido, elegante, arricchito da inserti dialettali, parole ricercate e insolite che si alternano a termini colloquiali e anche volgari.
Una gran bella lingua, insomma. E non si può sorvolare su altre due caratteristiche dello stile di Ferrazzi: il gusto delle similitudini, tanto più bizzarre quanto più divertenti (impassibile come un indiano comanche, ingessato come una sentinella sul monumento al Milite Ignoto, striminzite come i filetti delle alici: quest’ultimo paragone riferito alle finanze del narratore), e quello delle citazioni, disseminate nel testo a strizzar l’occhio al lettore: dal dantesco “E caddi come corpo morto cade” al “bubbone livido e pavonazzo” di manzoniana memoria, fino a uno sconsolato “E adesso, pover’uomo?”
Insomma, un romanzo tutto da godere, avventuroso, divertente e scritto benissimo.



