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1943: la quarta estate di Paolo Casadio

Si respira un sapore antico nelle pagine di La quarta estate di Paolo Casadio (Piemme edizioni), il sapore di un’Italia povera che non ricordiamo più, di dialetto e mestieri umili e duri, in sottofondo la tragedia ridicola del fascismo, con i suoi sgherri e leccapiedi.

E si respira amore, amori diversi e diversamente puri, contrastati, segreti, accennati, quasi inconsapevoli, feroci anche come quello di Giotto, uno degli orfani ospitati dalle suore, verso Andrea, medico della colonia che a dispetto del nome è una bella ragazza. Tanto Amore, dalla prima all’ultima riga quando il racconto regala l’ultimo scarto.

La quarta estate è una favola vera, che pennella poteri “sovrannaturali” come quelli della piccola Maddalena che vede gli angeli custodi mentre suor Galizia vede il futuro, assieme alle acrobazie per dare un pasto decente ai quasi cento orfani nell’estate del 1943, coi razionamenti, gli Alleati che sbarcano in Italia, le città bombardate, la Romagna, teatro della vicenda, che come tutto il Paese attende la fine del regime e della guerra e passa dalla gioia al timore per la caduta del Duce ed il suo ritorno sulle armi dei tedeschi.

Lo stile è piano ed efficace nel suo essere sintetico – “Dalvina lo guardò così, quando Dalvina guardava così difficilmente le si resisteva. Infatti il comandante capitolò” – i nomi inconsueti, il conflitto incombe anche se apparentemente lontano e Casadio con leggerezza svela tutta la velleità e la cialtroneria dei venti anni in camicia nera, di proclami ed ordinanze, con pudore racconta l’angoscia degli ebrei e intreccia storia e storie personali. In quel 1943 che segnò la vita di tanti.

Una favola non favola, con tante donne protagoniste, la straniera Andrea come deus ex machina per costringere tutti ad interrogarsi, un racconto da veglia che del non detto fa un’arte. E che crede nella forza dell’amore e delle persone “normali”.

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