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Triste politica, giostra di duci e paladini

Un giornalista che ha ricevuto, in modo del tutto fortuito, informazioni che potrebbero far saltare il governo, scompare. L’ex moglie, che ancora tiene a lui, chiede aiuto a un gruppo di amici, colleghi di lavoro nel progetto/gara di due decenni prima per la “Città del teatro”.  Il loro punto di riferimento e mentore, ora come allora, è sempre un importante intellettuale di sinistra, ormai in una casa di riposo; quest’ultimo richiama per così dire in servizio tre dei propri, vecchi uomini del servizio d’ordine. Nessuno, però (moglie compresa), sa che il giornalista ha quei documenti. Così, mentre tutti partono dalla provincia per cercare l’amico, dalla capitale si muovono anche i Servizi segreti: il materiale arrivato al giornalista chiama in causa direttamente il Capo, presidente del Consiglio molto di destra. Le complicazioni non finiscono perché gli “uomini in nero” sono di due gruppi distinti e non collaborano, anzi, hanno missioni molto diverse. La caccia tocca Milano, Parigi, arriva fino a Bangkok, per tornare a Roma e “chiudersi” nella città di partenza, con colpi di scena di ogni genere, sparatorie comprese.

Sintetizzato così, in modo molto brutale e superficiale, il romanzo Una giostra di duci e paladini di Alberto Cassani (Baldini + Castoldi) è un perfetto meccanismo di action thriller e di spionaggio. Un omaggio alla letteratura di genere, insomma, con citazioni dirette; e si potrebbe anche parlare di fantapolitica.

In realtà il lettore si trova fra le mani un prezioso esempio di come si sia evoluto il “genere romanzo”, quante strade abbia percorso e come si potrebbe sviluppare. Non solo nel plot, con una trama principale che ne cela almeno un paio di altre, fino a trasformarsi in metaromanzo. Ma nello stile, che va dal mémoire, alla narrazione in terza persona, passando anche dal superamento della quarta parete, con l’autore che si rivolge direttamente al lettore.

C’è un utilizzo misurato e attento dell’ironia, soprattutto nei dialoghi; si trovano slittamenti nel sarcasmo, con manciate di sale sulle ferite di una politica che pare aver perso la strada diventando pura gestione del potere. Personale, com’è ovvio sia in un quadro così degradato. È per questo che il titolo parla di “duci”; affiancando però a loro “paladini” invecchiati e stanchi, certo, ma ancora in grado di colpire e in qualche modo vincere; come i tre moschettieri e il guascone di Dumas in Vent’anni dopo. 

Cassani, uomo di cultura e politica (è stato assessore in Comune a Ravenna per tre mandati), gestisce con naturalezza intrighi e cambi di linguaggio, modificando anche i tempi della narrazione a seconda del punto di vista di chi racconta. Vale la pena citare un paio di passaggi. «Quel che accadde è troppo banale per essere raccontato. Solo uno come Houllebecq godrebbe nel raccontarlo, possibilmente indugiando sui particolari […] E invece niente». Un vezzo? E perché no, se poi si tengono ritmi come questi: «Attraversarono di sbieco mezza Europa nell’arco di una notte che sembrava infinita».

Un romanzo, dunque, dalle tante sfaccettature e che riserva molte sorprese (compreso il gusto, per i concittadini dell’autore, di cercare corrispettivi reali dei protagonisti, dal giornalista Victor Costa, al grande vecchio Amleto Coen, dal Capo ai componenti italiani della Commissione per la Città del Teatro) e che, soprattutto, è un vero piacere leggere. 

Alberto Cassani aveva esordito nel 2018 con il romanzo L’uomo di Mosca (Baldini + Castoldi). 

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