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Storie che si intrecciano nel Corpo Appennino

Ho bagnato le piante all’ultimo, ma ho preparato con cura il bagaglio. Per camminare ci vuole uno zaino, per l’ospedale un borsone, perché è morbido, sta nell’armadietto e aprendolo con la zip per intero le cose si prendono facilmente. Lo zaino per camminare e il borsone per l’ospedale hanno in comune l’idea di contenere solo il necessario. Non c’è spazio per il superfluo.

Inizia così il doppio viaggio, personale e collettivo, nell’oggi e nel passato, nelle stragi nazifasciste che insanguinarono Toscane e Emilia nell’estate e nell’autunno del 1944 e nel dolore individuale, di Simona Baldanzi. Il suo ultimo libro Corpo Appennino (Ediciclo editore), parla con sincerità e coraggio di due settimane diverse, quella del 2018 alle prese con una delicata operazione alla testa, e quella dell’anno dopo camminando dal Monte Sole, luogo della strage di Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, alternando il monologo interiore e la fragilità di chi deve affidarsi a dottori e scienza, all’esperienza con giovani, anziani e superstiti sull’Appennino.

Due percorsi, passo dopo passo, che sorprendono l’autrice ed il lettore, che intrecciano i migranti di oggi e le feroci frontiere ma anche la capacità di perdonare, costruire un futuro diverso, un riscatto per se stessi, per chi non c’è più, soprattutto per i giovani.

Simona non è mai sola, nè in corsia nè sui sentieri, difende il sistema sanitario pubblico toscano pur denunciandone i limiti, anche sul quotidiano Corriere Fiorentino, con pudore si avvicina alle vittime delle stragi i cui autori sono rimasti impunti per decenni, complice la guerra fredda e l’”armadio della vergogna”; parla dell’impegno quotidiano per la memoria come cosa viva, non rito. E noi proviamo il suo stesso imbarazzo alla sfilata delle autorità per le celebrazioni ufficiali della ricorrenza a Sant’Anna di Stazzema.

“Mai più Sant’Anne!” cantano i ragazzi della Camminata della Pace che ogni anno per iniziativa dell’Anpi di Peretola unisce i due luoghi degli eccidi. Leggere ad alta voce ogni nome e cognome delle vittime rende le lapidi molto più che ricordo immobile. E alla fine l’autrice fa pace anche con il suo non essere più perfetta, con quella parte di sè che non tornerà.

“Ho capito che siamo corpi-persone e corpo-paese e che camminare su questo vasto pezzo di territorio da Monte Sole a Sant’Anna vuol dire mantenersi di sana e robusta costituzione, o meglio di sani e robusti ideali. Quelli che ti fanno reagire sempre di fronte un’ingiustizia”, scrive l’autrice mugellana che chiama le cose con il suo nome, capitalismo per esempio, e che rivendica il guardare in faccia la realtà per cambiarla.

Come ha fatto con coraggio Enrico Pieri, scampato ad 11 anni al massacro di quel agosto 1944, scappato per decenni da casa sua e dall’Italia e da tempo costruttore di pace e ponti che superano l’odio, portavoce di Sant’Anna e protagonista di alcune pagine impossibili da ignorare. Perché si può sempre scegliere e perché il racconto – senza spazio per il superfluo, appunto – è anche terapia.

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