
Con Trappola per lupi (Golem edizioni, Torino) Bruno Vallepiano consegna al lettore un romanzo a metà tra il noir e il giallo (come tenderebbe a identificarlo la copertina volutamente richiamante le copertine dei gialli Mondadori). Il fondo poliziesco del racconto è poi temperato da un assetto complessivo da narrazione di avventura, con diversi cambi di ambientazione, rivelazioni ed agnizioni propri del genere. La miscela rende più verosimile la figura del protagonista, investigatore non professionista, e più comprensibile il suo casuale trovarsi coinvolto in un intrigo di portata internazionale (ma non senza in fondo volerlo, visto che ha avuto in dote quell’ “assillo di voler capire le cose fino in fondo”, da cui non riesce a liberarsi).
L’avvio tratteggia un tranquillo interno borghese di provincia, raccontando il rientro dalle vacanze passate in Croazia con la famiglia di Mauro Bignami, professore di storia e filosofia. Non essendo ancora disponibile, per lavori di ristrutturazione, la sua abitazione a Gariola, presso Mondovì, si sistema nel bed and breakfast di una coppia di amici. Qui incontra tre americani i cui antenati, contadini originari di Gariola, erano emigrati in America del Sud e tre giovani tedeschi.
Contemporaneamente, al Golf Club di Pleasent Valley di Washington, su un campo da golf, viene ucciso, con un con un colpo di fucile di precisione, un caddy che accompagna Elliot Fallest, responsabile di una importante agenzia di giornalismo investigativo. Le indagini vengono affidate ad Arvin, detective burbero e disincantato per la sua lunga consuetudine con il crimine. Le due storie scorrono su binari paralleli, senza apparenti punti in comune, l’una narrata in prima persona, l’altra in terza, quasi a rimarcare distanze sia geografiche sia psicologiche.
Il ritrovamento di una ragazza rimasta intrappolata con una gamba imprigionata in un’enorme tagliola per lupi nascosta nel profondo del bosco consente al professor Bignami di stabilire impensate connessioni tra le due vicende.
A questo punto il gioco si fa duro anche sul fronte italiano; quello americano lo è fin dall’inizio, come da consolidata tradizione giallistica nazionale. Le due storie confluiranno e troveranno conclusione in terra cuneese, per merito del professor Bignami, al termine di una girandola di colpi di scena, grazie alla quale il ritmo della storia subisce un’improvvisa accelerazione. Nel fondo di una delle più sonnacchiose province italiane verranno così a sciogliersi nodi di vicende tanto geograficamente lontane quanto moralmente opache. Vengono evocati i pericoli che possono causare le distorsioni nella comunicazione pubblica, se asservite ad interessi politici perseguiti anche a costo di falsare il corso di eventi di straordinaria portata. L’omicidio di Washington è infatti connesso alle manovre dei servizi segreti statunitensi per diffamare il nemico sia nella guerra del Golfo sia nel successivo intervento in Afghanistan, e quindi dare credibilità all’urgenza tanto conclamata di esportare la democrazia nei paesi dove non riesce ad allignare.
Le scelte espressive di Vallepiano puntano con ogni evidenza ad una estremizzazione della semplicità: pare quasi che l’autore ostenti intenzionalmente la propria opzione stilistica. E così la forma della narrazione è intenzionalmente disadorna, priva di orpelli o di sovrastrutture formali che rischierebbero di compromettere la linearità della scrittura.
Quanto alla costruzione della narrazione vera e propria, l’autore gioca con accortezza sulle diversità, senza per nulla rinunciare ad esplicite contrapposizioni. Al di là dell’Atlantico, indaga un poliziotto da hard boiled school, nel cuneese uno svagato professore di liceo. Le azioni del primo sono narrate in terza persona, quasi a costituire una sorta di diaframma che sottintende distanze tanto più evidenti se confrontate alla bonaria colloquialità indotta dalla prima persona attraverso la quale siamo indotti a scoprire pensieri e sentimenti del professore italiano. L’ambientazione americana è incentrata sugli interni, o su contesti urbani, il paesaggio naturale è costretto nella razionalità di un campo da golf. La montagna cuneese è invece boscosa, rigogliosa e profondamente radicata nella narrazione, spesso ponendosi come silenzioso controcanto rispetto alle sensazioni che evocano le vicende raccontate.
L’opulenza descrittiva che arricchisce alcune svolte del racconto svela un autore particolarmente attento alle rivelazioni della natura, che a tratti racconta di sé come se fosse un personaggio non secondario della storia: “gli alberi che rivestivano il versante della montagna di fronte avevano assunto le colorazioni autunnali; i ciliegi selvatici erano esplosi con le loro chiome rosse ed erano un urlo in mezzo a una tavolozza che variava dal giallo acceso al verde cupo, fino all’ocra. Il bosco era in un momento di sontuoso splendore. Uno spettacolo fugace da cogliere al volo; sarebbe bastata una giornata di pioggia per trasformare ogni cosa e sospingere il marrone e il verde opaco verso la conquista dell’intero scenario, il rosso sarebbe svanito spegnendosi anch’esso verso la fase ultima, prima del risolutivo denudarsi degli alberi.”
Un così esplicito ascolto delle voci del mondo creato autorizza un’ ipotesi di lettura che, oltre alle evidenze della trama, riesca a riconoscere un autonomo significato anche alle tracce del senso autenticamente rigenerante di natura disseminate nel testo, come nostalgia di una remota purezza, o come speranza di un ricupero di saggezza che cancelli le miserie in cui il protagonista ha dovuto imbattersi.




Se incominci a leggerlo non interrompi più presa dagli eventi.Ti ritrovi tra i paesaggi delle nostre montagne come solo Vallepiano sa descriverne colori e personaggi . Questa volta con fughe oltreoceano .
Grazie per il tuo commento!