
I narratori scrivono da narratori e i poeti da poeti. Tendenzialmente, con solo momentanee digressioni di genere. Ma vivere in un’isola in cui lo sforzo di antropizzazione dialoga con le viscere della Terra, toglie allo sguardo il suo assetto statico, perché il quotidiano ha immagazzinato inconsciamente la certezza della possibile destrutturazione improvvisa di ogni piano, di ogni orizzonte. La scrittura quindi è come la vita. Pronta a ricomporre spazi, visioni, sentimenti. E i generi espressivi si mescolano per necessità.
Jón Kalman Stefánsson è la voce profonda dell’Islanda. La sua scrittura connotativa sposta, rimpasta e ripresenta in forme nuove la normalità. La parola avvicina elementi distanti, creando connessioni che hanno un respiro atavico e assoluto. Le vite sono energia in movimento senza canoni di regole, i paesaggi sono presenze che albergano in gente che non può mai dimenticare di camminare su un fiato caldo che riporta alle origini del mondo tra tenebre e luce. Così tutto è apparentemente assemblato, ma percorso da spaccature pulsanti, come la superficie islandese che lascia intuire quello che cela.
Crepitio di stelle (Iperborea) è la narrazione connotativa di sei vite in centocinquant’anni, riflessa negli spazi di Reykjavik e nella campagna dell’Ovest, con la consapevolezza che esse sono solo un rapido rumore prima del grande silenzio alla fine del loro passaggio. Nella nostra visione di gente del Sud Europa abbiamo perso questa percezione del tempo umano infinitesimale di fronte all’immenso naturale. Abbiamo ricomposto gli avvenimenti in tracce narrative fluide che consolidano la nostra vanità di esistere. Spostarci a Nord ci rimette in discussione. Fa riemergere quello che abbiamo voluto dimenticare: la nostra umana fragilità che diventa dimensione epica quando trova risposta nelle forme dell’Universo.
Non si possono esprimere giudizi su queste vite, così come la natura non ha un verso giusto e uno sbagliato. Tutto esiste, tutto si muove nelle regole della sua struttura e ogni impulso vitale è un’unicità che solo una scrittura poetica può tradurre in una razionale comprensione delle vicende e delle scelte. Stefánsson si legge con l’anima e non con la cultura, come ogni segno dello spirito che ha un significato universale. E si resta affascinati e attoniti di fronte al racconto di come effettivamente siamo. L’arte di questa rivelazione è nell’uso della parola prestata da un genere a un altro perché nulla in Islanda ha una direzione definita, se non la certezza del bagliore potente e istantaneo dell’esistere.



