
Non era necessario essere indovini o politologi, cosa stava per succedere ce lo dicevano i cimiteri, o anche solo i vocabolari e i treni. Questo ci racconta Le stelle che stanno giù di Azra Nuhefendic (Spartaco edizioni), uno dei libri più intensi, più convincenti, tra quanti ci hanno raccontato le vicende dei Balcani nel secolo scorso.
Azra è una giornalista bosniaca musulmana, che ai tempi ha lavorato per la tv di Belgrado e oggi vive a Trieste. Con queste pagine ci accompagna in Jugoslavia – il paese che c’era prima – e quindi nella Bosnia Erzegovina dell’orrore sopportato anche in prima persona. Ci spiega come le cose sono cominciate e cosa ne è disceso dopo, perché una guerra non si conclude mai con il cessate il fuoco.
Così cerca ragioni e tira fuori gli scheletri dagli armadi. Insegue parabole di vita e si interroga prima di tutto sulla sua vita al crocevia di una delle grandi tragedie del Novecento. Riepiloga terribili nefandezze e commuove con giganteschi lampi di umanità, grata per esempio a quei “nemici” serbi che nei giorni più duri, la nascosero, protessero, sfamarono (è sempre al plurale, un popolo, ci sono volti, nomi, storie, vicini di casa che ti possono consegnare o salvare).
Parla di cimiteri che ora dividono le comunità anche da morti, in un paese dove prima era comune accendere una candela per un’icona ortodossa, oppure passare da una chiesa cattolica e poi condividere una preghiera con i musulmani.
Parla di una lingua che prima era uguale per tutti e ora è il croato per i croati, il serbo per i serbi, il montenegrino per i montenegrini, il bosniaco per i bosniaci, con i linguisti al servizio dei nazionalisti per inventarsi ridicoli neologismi e gli interpreti chiamati per i primi incontri ufficiali dopo la guerra.
Parla del treno tra Sarajevo e Belgrado che per diciott’anni non c’è più stato e delle altre linee, delle altre strade che sono state interrotte – Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio – non senza rammentare con nostalgia i treni della vecchia Jugoslavia socialista, che i giovani della sua generazione prendevano d’estate, per andare al sud, al mare: affollati, lenti, arroventati dal sole, ma anche carichi di un’idea di futuro che doveva essere per forza diverso.
Cimiteri, parole, treni: quante cose in questo libro. Quanti campanelli d’allarme da far funzionare, sempre e comunque. Quanta umanità di cui far tesoro in un mondo che non ha smesso di essere difficile.



