
Sono stata una bambina fortunata. Perché sono nata nel 1967 e ho avuto una maestra che ci portava a teatro e ci leggeva Gianni Rodari. Tanto Rodari. Poi a Natale ci metteva anche davanti al microfono, a recitarlo, con tutti i genitori nell’auditorium.
Se comandasse lo zampognaro, che scende per il viale, sai cosa direbbe il giorno di Natale?…
Non eravamo bambini prodigio in classe mia, ma riuscivamo tutti a scrivere versi in rima, a comporre storielle, a mettere insieme dialoghi e commediole e soprattutto, eravamo tutti capaci di inventare e ci divertivamo un sacco nel farlo.
Le favole dove stanno? Ce n’è una in ogni cosa: nel legno del tavolino, nel bicchiere, nella rosa, ci leggeva la maestra.
Solo quando di recente ho sfogliato nuovamente le Filastrocche in cielo e in terra, credo la prova più alta dell’arte poetica di Rodari, mi sono resa conto davvero della forza che hanno avuto su di me le sue poesie.
Nella Giornata mondiale dell’infanzia, doppiamente da celebrare perché stavolta cade nel centenario della sua nascita, a Gianni Rodari dico grazie.
E non solo perché è un grande conoscitore dei bambini, li rispetta stando sempre dalla loro parte, gioca con il lessico, ribalta gli errori grammaticali, parte dalle cose piccole e semplici, invita a entrare in una casa non dalla porta ma dalle finestre o dal camino, ma perché oggi più che mai ci ricorda che solo con l’immaginazione è possibile conoscere il mondo.
Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del prodotto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà – vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla – ci dice nella sua Grammatica della fantasia – Per cambiarla occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immagi-nazione”.
Qualcuno in questi giorni ha detto che l’atto più rivoluzionario che si può fare è leggere Rodari. Leggiamolo o rileggiamolo dunque, per poi leggere questo nostro quotidiano in forma critica e creativa e cogliere che l’incanto e la fantasia possono davvero rendere l’utopia una prospettiva praticabile. Ai bambini lo dobbiamo.



