
Era il luglio di 77 anni fa, una torrida estate come questa ma segnata dalla scia di sangue delle stragi nazi-fasciste in Toscana. Una macchina di morte voluta per terrorizzare la popolazione e fare terra bruciata all’avvicinarsi del fronte, così che i partigiani non potessero ostacolare più di tanto l’azione delle truppe tedesche.
In Muoio per te. Cavriglia, 4 luglio 1944: un massacro nazista che l’Italia ha dimenticato (Longanesi editore) Filippo Boni narra la storia della sua famiglia, del nonno Giuseppe e del bisnonno Annibale, ci porta “in diretta” nel massacro di Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto, il 4 luglio mattina del 1944, nell’aretino, terra di mezzadri e minatori.
Muoio per te è un romanzo storico, basato su fatti e memorie, su una lunga ricerca e tanto dolore ma anche infinito amore, con il nonno Giuseppe che sui tragici fatti di tanti anni prima lascia al nipote fogli scritti con la penna blu e la calligrafia distorta dal cancro che lo sta uccidendo e una lezione indimenticabile: “Impara a perdonare”.
Non è un libro perfetto, non può esserlo – troppo incandescente la materia e la memoria personale, troppe cose da dire e da spiegare – ma uno di quei libri che è necessario, al lettore, non solo all’autore. Ci sono i fatti, i nomi e cognomi dei colpevoli, ignorati e rimossi per anni, nonostante che già nel 1945 gli inglesi indagando sulle stragi avvenute nel comune di Cavriglia avessero individuato i responsabili, ci sono le storie personali e familiari, la fortuna e l’intraprendenza di chi si salvò. C’è l’uccisione di Annibale Boni, fu Giuseppe e Del Lungo Rosa, nato nel 1878, sposato con Armida, macellaio, capofamiglia, babbo che cerca il figlio Giuseppe, lo crede ucciso dai tedeschi assieme ai compaesani e torna indietro, consegnandosi alla morte certa.
Ci sono i partigiani e la fame e la paura, la guerra, la campagna conosciuta palmo a palmo che per molti significò la salvezza, secondi lunghi come ore in bilico tra vita e morte. C’è l’elenco dei nomi e cognomi di tutti gli uomini assassinati dai soldati della divisione Goering, 192 morti, parroci compresi, che non hanno mai avuto un processo celebrato ai loro assassini: c’è la volontà di raccontare un massacro dimenticato, di comunità devastate, anche dei tentativi di utilizzare la memoria delle tante vedove da parte di comunisti e democristiani. E Filippo Boni usa le parole raccontate o immaginate per descrivere momenti terribili, “logiche” disumane che quella volta risparmiarono tutte le donne, le grida delle vittime, il terribile dolore dei parenti davanti a quei corpi devastati dalla mitragliatrici e dal fuoco appiccato loro per ulteriore disprezzo. Ma anche per dirci di una riconciliazione possibile, che nasce proprio dalla memoria.



