
Qui e altrove. Lo Scià Reza Pahlavi festeggiò in pompa magna i 2500 anni dell’impero persiano ma la sua dinastia risaliva a pochi decenni prima ed era nata da un semplice ufficiale dell’esercito, figlio di immigrati; i religiosi vorrebbero essere in Paradiso ma tiranneggiano in terra, i giovani sognano l’estero anche se non sono mai usciti dai confini, le donne portano il velo ma spendono capitali in biancheria intima e cosmetici, regna il machismo ma gli uomini fanno più interventi di chirurgia plastica delle donne. E milioni di esuli non possono dimenticare la sua bellezza ed il suo calore ma non tornerebbero in Persia nemmeno morti.
L’Iran è il paese delle contraddizioni, del qui e dell’altrove, un luogo, anche mentale, dove ieri e oggi si intrecciano senza sosta come i confini tra libertà virtuale e libertà reale, con tantissimi giovani e bambini per strada ma guidato da vecchi imam corrucciati sotto il turbante, con storia e civiltà millenarie ma congelato da oltre 40 anni, dalla proclamazione della Repubblica islamica voluta da Khomeyni, onnipresente con i suoi ritratti che ti guardano in strada o al ristorante mentre mangi un ottimo kebab di pollo con l’immancabile riso di accompagnamento.
L’Iran è innanzitutto la Persia nata centinaia di anni prima di Cristo come ti ricordano orgogliosamente, sottolineando che loro non sono arabi e che non parlano arabo ma farsi, la loro lingua “salvata” da un poeta, Ferdousi, ma è anche inesorabilmente Islam che permea ogni aspetto del presente e del futuro. Così è splendido e affascinante passato nei siti archeologici – dalla magica ziggurat di Choga Zanbil a Persepolis ed i suoi incredibili bassorilievi, dalle tombe dei Re achemenidi scavate nella montagna alle moschee coperte di maioliche o di specchi, ai templi zoroastriani – ed è asfissiante presente con Qom, città santa sciita, dove tutte le donne devono essere vestite di nero e senza neppure un capello che sfugga al velo o al chador, con i pasdaran che ti controllano dopo che ti ha controllato la polizia, mentre solo il personale della moschea che può parlare ai turisti, nessun altro, neppure la tua guida.

Il Paese colpisce con le sue tenaci tradizioni come il Nowruz, il Capodanno, che si festeggia oggi come da 1.500 anni prima del Islam perché è rito zoroastriano e che l’Islam ha dovuto tollerare, con i bazar in cui i negozianti non ti chiedono continuamente di comprare o cosa vuoi come nei Paesi arabi, con la bellezza contemporanea delle sue donne e l’eleganza un po’ anni Settanta degli uomini (scordatevi palestrati e tatuaggi, ben vengano baffi e pantaloni a tubino), stranisce con fiumi che sono secchi da anni ed esistono solo sulle mappe turistiche e sulle cartoline, incanta con tramonti dolci e profumati solcati dalle rondini che sfrecciano e cantano.
Un viaggio in Iran è inevitabilmente un percorso assieme ai miti ed i personaggi della Storia ed ecco altre sorprese. Dario non è il re despota che assale le libere città greche dei nostri libri e viene rovinosamente sconfitto, ma Dario il Grande, federatore e tollerante che dopo l’aggressione dei greci ai suoi territori in Ionia inviò una spedizione punitiva. Alessandro Magno riecheggia tra le splendide colonne superstiti di Persepoli e sposò la principessa persiana Rossane per unire Occidente e Oriente ma prima aveva incendiato e distrutto la ricca e sfarzosa capitale dell’impero persiano. E poi Gengis Khan il terribile che ha lasciato l’eredità di un Ilkhanato durato un secolo e moschee magiche nella loro rustica semplicità, il feroce Tamerlano che massacrò settantamila abitanti di Esfahan in risposta alla rivolta della città ed i cui eredi regnarono 150 anni, il Grande Gioco ottocentesco tra Inghilterra e Russia per il controllo del petrolio e dell’area e le tensioni quotidiane con Trump… Fino all’incontro con il “fantasma” di Reza Pahlavi, le cui banconote si trovano in vendita nei bazar, travolto assieme agli alleati statunitensi dal ciclone religioso e delle proteste della borghesia e dei comunisti perché la rivoluzione non fu solo islamica ed è diventata un monolite sciita a colpi di morti e arresti.
E qui e altrove anche nella repressione. Il regime ormai ha imparato a non far esplodere la situazione: lascia spazi di “trasgressione” come un foulard leggero e colorato da cui escono ciocche di capelli, permette che in casa ragazze e ragazzi si divertano insieme con canzoni, balli e bevendo vino e fumando (l’oppio e vino vengono portati a domicilio dallo spacciatore cui si telefona poco prima della festa), che tutti abbiano parabole satellitari per la tv anche se sono vietate, consente le critiche e anche farle con gli stranieri, purché a voce bassa, ma nessuna opposizione pubblica è tollerata, nessuno spazio politico non ortodosso è ammesso. Anzi, il violare le regole genera un continuo ricatto – se vogliono, le autorità ed i guardiani della rivoluzione e della morale possono smettere in ogni momento di non vedere e allora sono scudisciate o multe, parabole divelte, minacce, licenziamenti, carcere – una permanente incertezza che alla lunga scoraggia e lascia indenne lo status quo della teocrazia.
Qui e altrove, con tanta voglia di turismo ma i divieti di internet (anche se tutti usano Facebook, aggirandoli, e hanno Instagram e WhatsApp), la pubblicità della Pepsi su una moschea ed il gregge di centinaia di pecore che blocca la superstrada a sei corsie all’ingresso della città, la ragazza alla moda con tacchi alti che guarda il selfie con la mamma tutta in nero, la retorica guerresca e le aperture al dialogo, la richiesta di essere accettati e rispettati dalla comunità internazionale ma le pesanti ingerenze politiche in altri stati, mentre le persone cercano un futuro non distante da quello dei giovani di altri paesi. Decidendo liberamente del proprio destino, magari senza quel velo che quasi tutte le donne iraniane si tolgono non appena l’aereo decolla da Teheran.
IL LIBRO CONSIGLIATO: Forough Farrokhzad, È Solo La Voce Che Resta (Riccardo Condò editore)




