
“Che splendida utopia cominciare a pensare al margine come a un territorio di ricerca (…). Ripensare le geografie dell’abbandono non solo come scempio, disillusione, perdita, ma anche come dimensione collettiva da proteggere e alimentare, come territorio fondamentale per l’errare dello spirito, per trovare la nostra incoscienza (…). E’ il ribaltamento, è decidere di vivere il proprio inconscio, di esplorare l’irrazionale”.
La teoria dei paesi vuoti di Mauro Daltin (Ediciclo editore). Un ripensamento emozionale della decostruzione degli elementi antropici, progressivamente fagocitati dalla natura, ma non ancora invisibili.
Segno di un progetto, di un passaggio, di un’esistenza ora non più necessari. I luoghi abbandonati sono la concretizzazione materica delle tappe vissute e lasciate del nostro vivere, che lasciano tracce nelle fondamenta della nostra personalità. Sta a noi non sentirle come entità crollate, come macerie, ma come pietre che raccontano chi siamo, da dove veniamo e quanto valore abbia avuto il passato.
Un passato che, se pure tale, non è annullato. Ma parla al nostro sé di storie personali e altrui che ci nutrono della consapevolezza dell’effimero umano e dell’andare oltre.
I luoghi abbandonati sono fonti di energia a cielo aperto. Se non ci lasciamo travolgere dalla malinconia della perdita, ma cogliamo la forza dell’azione che ha plasmato e costruito, sentiamo che ogni tempo ha un suo senso che si compie nello spazio che gli è stato destinato. Possiamo percepire la complessità della stratificazione naturale e antropica in un flusso di divenire che, se pur diviso nei segmenti delle storie individuali e collettive, fa parte di un percorso universale di sviluppo.
L’abbandono non è una perdita. E’ uno spazio destrutturato in cui i vincoli di una pianificazione esistenziale sono saltati, ma permangono. E’ un laboratorio ideale dunque per riflettere sul passaggio rapido dell’uomo, connotato da forme variabili che raccontano civiltà e pensieri, e sull’eternità della natura, apparentemente scenario di sfondo sempre uguale a se stesso nella sua ciclicità. Effimero e variabile, eterno e costante, in uno scambio di equilibri di ingerenze reciproche, in cui ora prevale l’uno ora l’altro.
All’osservatore di questo tempo fuori dal tempo l’opportunità di comprendere il flusso del divenire. Senza la superficialità del rimpianto, ma con la profondità della ricerca di un senso del nostro andare in un viaggio geografico e di memorie.



