
Siamo a Parigi, nel giugno del 1938: questo non è semplicemente un modo per collocare nello spazio e nel tempo la vicenda narrata ne La finale (TEA). Il punto è che il lettore si trova letteralmente a Parigi nel 1938. Leonardo Gori ci ha abituati a questa sorta di “incantesimo” e chi conosce almeno parte delle avventure di Bruno Arcieri sa bene di cosa si tratta: della grande maestria dell’autore nel rappresentare con la parola quello che Francesco Chiacchio, con altrettanta maestria, sintetizza mirabilmente attraverso efficacia di tratto e colore in copertina.
Sta di fatto che la Parigi di quei giorni pare di respirarla, negli odori dei bassifondi come in quelli del quartiere medievale, nell’umidità di un androne come nella brezza di un giugno che stenta a farsi estate. Risuona del jazz, immancabile colonna sonora, ma anche del tango di Gardel. Parigi ha una bellezza “disumana”, è luminosa ma al contempo un labirinto dove è facile tanto smarrirsi come nascondersi, dove in un attimo si perde la testa affascinati per poi, subito dopo, sprofondare nella nostalgia per le amate Milano, Roma e soprattutto Firenze. Così come Genova e Livorno si rispecchiano in Marsiglia, il cui porto “occhieggiava con la lucentezza delle lame d’acqua dalla fine dei vicoli”, e nella quale Arcieri è condotto per una breve incursione.
Ma cosa ha spinto il capitano nella metropoli francese? La risposta è facile: come spesso accade al nostro protagonista quella che doveva essere una semplice missione si è trasformata in un torbido intrigo. Pane per i denti di Bruno in quale, per l’ennesima volta, prigioniero del suo granitico senso del dovere e non senza un pizzico di cocciutaggine, vuole a tutti i costi andare fino in fondo.
Leonardo Gori coglie l’occasione per affascinarci con uno dei capitoli più complessi e difficili della nostra storia. La guerra non è ancora iniziata ma l’aria che si respira in Europa è la stesa aria pesante che si respira a Parigi: la sanguinosissima guerra civile spagnola si è da poco conclusa e da poco Hitler ha annesso l’Austria al Reich. L’8 settembre 1943 appare ancora lontano eppure a Parigi Arcieri deve fare i conti in ampio anticipo con la complessità, non priva di risvolti tragici, dell’antifascismo italiano e questa triste partita si gioca proprio nella Parigi di quegli anni.
Nel ventre della capitale francese assistiamo a un anticipo di scontri tra fazioni diverse – comunisti, trozkisti, anarchici, popolari, liberali, i pochi sopravvissuti di Giustizia e Libertà, persino fascisti dissidenti – che si lacerano tra di loro (non senza lo zampino dell’OVRA) tormentati dai traumi della guerra di Spagna, dalla nostalgia per l’Italia, da dubbio atroce di non essere dalla parte “giusta” e dal timore di non potersi fidare di nessuno.
Arcieri si sente un burattino impigliato nell’ennesima farsa della menzogna. Eppure proprio in questo contesto matura la sua consapevolezza di essere, senza mezze misure, un servitore dello Stato, non del fascismo: giorno dopo giorno (e pagina dopo pagina) comprende la natura del suo essere “agnostico”, la sua ferma volontà di non voler essere servo di nessuno. È un Arcieri giovane, quello de La finale, un Arcieri “corazzato”, che va avanti nonostante tutto e tutti, seguendo solo la sua autodisciplina e il rigido dettato della sua coscienza.
A fare da contraltare a queste cupe vicende, sulle quali ancora oggi molto ci sarebbe da riflettere, c’è però un’altra partita: la finale dei campionati mondiali di calcio, giocata tra Italia e Ungheria e vinta da una squadra fischiata dai fuoriusciti antifascisti, ma che poi ci ricorda come lo sport sia anche leggerezza, gioia, unione… nonostante il fascismo, nonostante una guerra – la più tragica – alle porte.


