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Vichi come un bosco colorato di autunno

Ogni volta era una sorpresa, era come avventurarsi in una foresta sconosciuta e imboccare un sentiero mai visto…

I romanzi di Marco Vichi, con protagonista il commissario Franco Bordelli, sono proprio così: una lunga, lenta, corroborante camminata in un bosco. Non a caso gli ultimi sono usciti a ridosso dell’autunno: un autunno simbolico per il protagonista, avviato ormai alla fatidica data della pensione, ma non solo.

Franco Bordelli (e ci viene il sospetto lo stesso autore, che con grande cura ne raccoglie le vicende quasi fosse un medium) ama, tra molte cose, passeggiare nei boschi che circondano l’Impruneta, dove vive. Respira l’aria del bosco, lascia vagare la mente e il corpo in quello che immaginiamo essere uno sfondo ricco di colori: i colori caldi dell’autunno, il sussurro delle foglie secche che cadono a terra a creare un tappeto sul quale il commissario lascia scivolare i suoi pensieri. E sono molti i pensieri di quest’uomo, e se pensate che il principale sia la soluzione dell’indagine in corso, vi sbagliate. 

Bordelli è un uomo d’altri tempi, un uomo che ha vissuto la tragedia della guerra, il riscatto della lotta partigiana che poi, a guerra finita, è divenuta lotta per la giustizia, nella più alta accezione del termine. È un uomo inquieto, che si interroga di continuo sul senso delle cose, della vita, dell’amore, del mondo che cambia sotto la scure del ‘68. Ma non è un solitario: sa circondarsi di molte persone, scelte con cura, amici fidati, uomini di grande spessore che gli sono compagni nella vita di tutti i giorni, come il suo fidato vice Piras, che il commissario stima per il suo acume e la sua freschezza giovanile, e gli immancabili amici della Confratenita del Chianti…

Impossibile non desiderare di poter sbirciare le loro cene: una tradizione godereccia e raffinata – cibo buono, vino sublime, caminetto e amicizia profonda e sincera – che è essenziale per comprendere il mondo di Franco Bordelli e, non meno, la vis narrativa di Marco Vichi.

   Ma torniamo ai colori del bosco nel quale si aggira il commissario e alla citazione in apertura, tratta proprio dall’ultimo romanzo di Vichi, Un caso maledetto (Guanda). Sono molti i colori che si possono chiamare in causa quando si parla degli “affreschi” di Marco Vichi e pensare che il giallo sia quello dominante, vista la professione del protagonista, è improprio. 

I romanzi di Vichi attingono ad una tavolozza che parte dal giallo, o dal nero più profondo – come nel caso decisamente maledetto dell’ultimo romanzo – per poi passare al rosa dell’affetto per l’amica prostituta (e più che una prostituta Rosa sembra una bimba vispa e allegra, nonostante le ammaccature della vita), al rosso dell’amore in tutte le sue sfaccettature e tonalità: da quella intensa del sentimento misterioso e quasi ideale – seppur intensamente vissuto – per la giovane e bella Eleonora, al rosso più cupo degli amori malati, nei quali il commissario necessariamente incappa nel corso delle sue indagini. Si passa poi alla vitalità multicolore di tutte le donne spiate, ammirate, apprezzate con meraviglia e incanto dal commissario, al verde della speranza, seppur mista al timore dell’ignoto, suscitata dalla nuova gioventù, così distante dal vissuto di Bordelli eppure così viva e smaniosa di cambiare il mondo. 

Seguire le storie del commissario è proprio come seguire il sentiero principale dell’indagine, per poi allontanarsi da esso ed imboccare di volta in volta un sentiero nuovo, diverso, inaspettato, attratti dalla chioma accesa di un albero o da uno scorcio suggestivo, per poi tornare alla strada principale, guidati dalla scrittura di Vichi. Una scrittura che sfugge ad ogni genere, ad ogni classificazione – fortunatamente – che ci stupisce ad ogni pagina con un racconto nel racconto, con un incontenibile gusto boccaccesco per la narrazione, sfuggente ma pur sempre misurato, leggero, a tratti poetico. 

   E da questi meravigliosi viaggi nei boschi della narrazione anche il lettore ne esce alleggerito, stupito, arricchito. Non chiediamoci come ciò sia possibile, perché Marco Vichi, in fondo, è come le donne: non va capito, va amato… e soprattutto letto.

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