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La sorprendente leggerezza dell’ultimo viaggio

Lo confesso senza vergogna. Leggo tanto e ho anche scritto tre libri ma in vita mia non ho mai scritto una recensione. Quando ho visitato Mompracem ho pensato: che cavolo! qui mi piacerebbe inviare una scheda critica.

Perché Sandokan, la tigre della Malesia e Salgari hanno segnato la mia infanzia e forse allora hanno seminato nel mio inconscio una passione germogliata da grande: l’amore per i viaggi e per la conoscenza di altre culture. Un tributo era, dunque, doveroso.

La recensione che voglio scrivere parla di un libro, dell’incontro con l’autrice tramite il suo libro, di un viaggio “unico” che ognuno di noi prima o poi sarà chiamato a fare.

Ora seguitemi senza spaventarvi: già perché il romanzo di Chiara Cannito, Torno subito (Argentodorato edizioni), parla di funerali

Lo so, lo so, adesso sarete impegnati con le scaramantiche corna sotto il tavolo, a toccare ferro, a stringere un corno rosso.

Piuttosto preparatevi a sorridere: perché il romanzo si articola tra funerali ma lo fa in una maniera così lieve e leggera che pure il fatale incontro vi apparirà, come dire, piacevole e vi strapperà un sorriso sornione. 

Ma, come possono convivere morte e ironia? Ve lo spiego subito. Come un dipinto è valorizzato da una bella cornice, una storia è impreziosita dalla struttura narrativa che la racchiude. E se questa è un’agenzia di pompe funebri il cui titolare si chiama Felice Fortunato Lamorte che un giorno inventa la possibilità per chiunque di costruirsi il funerale desiderato premortem e pagare in anticipo un acconto sul prezzo finale postmortem, beh, il gioco è fatto.

L’idea nasce da un bando di concorso lanciato dalla casa editrice Argentodorato cui l’autrice partecipa… strappando la prima posizione a livello nazionale. Come premio, la pubblicazione. 

Ma cosa c’entro io, lo scrivente, con questa storia? Beh, l’autrice, che evidentemente aveva colto la portata geniale della sfida, risponde con un’idea a mio parere altrettanto geniale. Nella finzione verosimile della storia immagina di essere la collaboratrice dell’impresario di pompe funebri e interpella alcuni amici – tra cui il sottoscritto – chiedendo appunto «Come vorresti il tuo funerale?». 

Ora, ho avuto modo di confrontarmi con gli altri “inquisiti mortali” dopo la pubblicazione. Tutti al momento della richiesta hanno avuto prima una reazione stupita («Ma è uno scherzo?»), poi di panico («Oddio! Non ci ho mai pensato»), poi di seria e serena riflessione («Lo vorrei proprio così, ne approfitto per scriverlo»).

E così la storia si dispiega tra richieste più o meno bizzarre, risposte assolutamente serie dell’agenzia (dietro cui si celano consultazioni vere ai diversi uffici comunali), un colpo di scena inaspettato, un tuffo nella triste realtà dei funerali non “immaginati” dei migranti, fino al mirabolante e spiazzante finale.

Conosco amici che hanno letto il romanzo e scritto in privato all’autrice «Se dovesse fare un sequel vorrei che raccontasse il funerale che vorrei io». Sono tanti, di tutte le età, e sono maledettamente seri. 

Il merito che questo romanzo ha è proprio quello di aver scoperchiato il vaso di Pandora della paura più ancestrale che ci accompagna dalla nascita e provare ad affrontarla. Affrontarla con l’intima convinzione che, qualsiasi sia la religione che si professa e anche per gli atei o agnostici, c’è un pensiero che rincuora tutti: sapere che si sopravvivrà nel ricordo delle persone che ci amano, che questo celebrare la vita oltre la morte è l’essenza stessa dell’esistenza di ogni essere umano.

Ecco perché l’autrice ha scelto – e questo è stata una sorpresa commovente per me – di intitolare il romanzo Torno subito. Due parole queste che io – sì, proprio io – avevo lasciato come epitaffio lapideo nel mio progetto funerario. Questa “convinzione” è dettata dalla mia fede buddista ma a ben guardare un cristiano o un islamico o un indù alla fine si ritrovano nell’idea di rinascita/ risurrezione/ reincarnazione in altra forma.

A romanzo concluso mi è venuto spontaneo chiedere all’autrice «Scusa Chiara ma tu il funerale tuo come lo vorresti?».

La risposta mi ha spiazzato. 

«Non parlo mai del pianto nel mio romanzo. Ecco vorrei per il mio funerale un profluvio di lacrime. Vorrei che parenti e amici piangessero non tanto – anche se la mia vanità ne sarebbe gratificata – perché io non ci sono più io. Vorrei che piangessero le lacrime che non posso versare io. Perché io avrò un dolore immenso a separarmi dalle persone che amo, i progetti non conclusi, il mare, la natura che si risveglia a primavera, i libri comprati e non ancora letti. Sai Jean, Ernesto De Martino ha dedicato uno studio importantissimo, una pietra miliare degli studi antropologici sulla Morte e sul pianto rituale. Sostiene che il rifiuto da parte dell’uomo della gratuità della morte si traduce nella necessità di procurare al defunto una seconda morte definita culturalmente mediante il ricorso a pratiche cultuali che fanno perno proprio sul dolore tradotto in pianto. Ecco io credo che la morte di una persona cara debba tradursi nel tempo e nello spazio di un pianto accorato. Perché solo nel pianto l’uomo rinsalda il rapporto eterno con la persona scomparsa che da allora vivrà nel ricordo; solo nelle lacrime l’anima del piangente viene restituita a sé stessa e la misura della sua finitudine gli appare chiara e nitida. Nel pianto l’uomo trova conforto; le lacrime sono l’effluvio di quella tempesta che lo agita. E il pianto deve occupare lo spazio dedicato ad altro: necessita la sosta, la riflessione e la sedimentazione».

Rimango fermo ad ascoltarla. Se ci penso, la televisione ci ha propinato questa cosa del “show must go on” a tutti i costi. Non fermarsi, non indugiare nel dolore, non farsi vedere nel pianto. La società vuole persone vincenti, capaci di dimostrare che ci si rialza e riparte subito.

Invece cara Chiara, concordo con te. La morte deve costringere a fermarsi. Vaffanculo PIL, spread, e compagnia cantando. Nei riti religiosi cui ho avuto modo di partecipare in altre civiltà del mondo la morte fa fermare: la logica capitalistica non tocca la morte, ritenuta sacra come l’anima della persona che lascia il corpo. 

Ci sarebbe tanto da dire ma mi fermo qui. L’invito che vi faccio è leggere questo romanzo che fa ridere e fa riflettere.  

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