
Ragazze smarrite (Guanda noir): l’ultimo romanzo di Marco Vichi. Chi già conosce il prolifico scrittore fiorentino sa che molto ci si può aspettare dal commissario Bordelli fuorché un giallo o un noir, perché Vichi ci ha abituati al fatto che bisogna “dipingere il mondo con il colore del proprio stato d’animo”.
Al centro della vicenda le dolorose vicissitudini di “ragazze smarrite” in una società, quella del 1970, turbata dalle complesse lotte per l’emancipazione femminile da un lato e la tragedia di piazza Fontana dall’altro; tragedia quest’ultima con il suo carico di corruzione, sotterfugio, biechi interessi legati a un mondo nel quale il “benessere” ha fatto violenta irruzione a scapito di quei nobili ideali e di quella sete di Giustizia e di ricostruzione morale per i quali Bordelli (così come Alba De Céspedes) ha combattuto tra il 1943 e il 1945 e oltre
“Era questa la modernità?” si chiede disincantato il commissario, ormai prossimo alla pensione. La modernità: il benessere, la fame – verrebbe da dire più la bulimia – di libertà che porterà un gruppo di ragazze in un vortice tragico, del quale il commissario vuole scoprire la genesi, ancor prima degli esecutori “morali e materiali” di un truce delitto, maturato in quella zona grigia nella quale si dibatte, da tempi immemori, chi dalla vita ha avuto troppo e chi troppo poco.
Ma lo smarrimento non è prerogativa solo delle giovani e sfortunate protagoniste dell’intrigo. Vichi ci porta in un territorio spesso accennato, ma mai scandagliato così a fondo, dell’animo del suo protagonista. Bordelli compie sessant’anni – magnificamente portati, a detta di tutte le sue lettrici – e la sua vita sta appunto per subire un cambiamento radicale: la pensione. Come potrebbe un uomo d’azione, dalle forti passioni, seppure mitigate da un modo di fare sornione, riservato, riflessivo, darsi all’inattività, alla quiete, all’ozio? E qui, nello smarrimento del proprio bilancio esistenziale, emerge il lato ancestrale, affettivo e umano di questo splendido personaggio: si sente “un orfano di sessant’anni”, il commissario, perso nella “nebbiosa foresta dei ricordi”, continuamente intento a smuovere la cenere della memoria, dalla quale emergono, con amara tenerezza, le figure lontane dei genitori, dei familiari, di un’infanzia felice trascorsa tra parenti affettuosi: un affresco sbiadito che improvvisamente riemerge in tutta la sua dolcezza e del quale Vichi ci fa assaporare persino gli odori.
Non manca nemmeno “l’altro passato”, quello del nazismo, sinonimo di orrore, arroganza, ingiustizia e menzogna, incarnato dagli antagonisti della vicenda: vittime – ma imperdonabili nella loro volgare superficialità – di una società che non promette nulla di buono al profetico commissario, e per le quali nemmeno lui riesce a provare la seppur minima pietà.
Come coniugare aspetti così pregnanti e diversi in una vicenda che si snoda nell’arco di pochi giorni? Come passare da una dotta disquisizione sulla struttura armonica della Fuga – peraltro intessuta in quella che sembra più un’ironica partitura che un dialogo tra due compagni della immancabile “confraternita del Chianti” – al racconto di un crimine efferato e odioso, descritto, in alcune decine di pagine mozzafiato, nelle sue pieghe più macabre e raccapriccianti? Semplice. Basta essere Marco Vichi: un sapiente compositore di metafore che richiama all’ordine personaggi, emozioni, sentimenti, atmosfere così come Bach richiamava all’ordine razionale delle sue composizioni tutte le voci delle quali è intessuta l’architettura della Fuga.
Ragazze smarrite è una polifonia di vicende a tratti frenetiche, a tratte lente e meditative che finiscono per risolvere nella placida serenità di quello splendido personaggio che è Franco Bordelli. “Cosa poteva fare se non piegare il capo davanti al destino?”. Gli amanti di Leopardi, come Bordelli e Vichi, sanno che questa non è rassegnazione, ma l’umile eroismo di chi della vita ha assaporato tutto, nel Bene e nel Male.



