
Avevo pensato, sotto Natale, di scrivere del racconto di una delle tante incarnazioni di Monsù Travet, un Girolamo X del secolo scorso, e del panettone gigante che aveva ricevuto come pietoso compenso della sua diligenza impiegatizia. Di sua moglie Maria, sfiorita per le gravidanze e le ristrettezze tra le quali la famiglia si dibatteva; dei suoi figliolini Andrea, Saverio e Giuseppina, con il moccio al naso e gli occhi spalancati di fronte a quell’inatteso e unico “filone di abbondanza scavato in tanti anni” dal loro babbo. Però intoccabile. Perchè una cosa è la gioia e un’altra è la legge delle relazioni sociali (il panettone servirà come risarcimento di un favore fatto alla famiglia da un occhiuto avvocato). Santa legge, quindi “inflessibile e priva di tenerezza”.
Ma più che questo struggente La gioia e la legge, è Lighea il capolavoro più conosciuto tra i Racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del prima misconosciuto e poi osannato Gattopardo. Il racconto della sirena è stato infatti felicemente riproposto negli anni scorsi a teatro da Luca Zingaretti, che ne ha fatto uno spettacolo a tutto tondo con il quale ha girato l’Italia.
Va dunque a suo merito la riproposizione di un testo ispirato, a lungo messo in ombra dal fulgore del fratello maggiore, il grande romanzo sull’epopea di don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata.
E’ inutile dire che, inizialmente, era stato proprio questo testo ad attirare l’attenzione di me adolescente. Frugando come al solito nella libreria di casa avevo trovato una delle prime edizioni del romanzo (purtroppo perduta poi tra i traslochi), quella con la copertina cartonata gialla e ocra, con la figura di un principone baffuto che incede, riverito dalla servitù, nel salone di uno dei suoi palazzi.
Mi ero talmente immersa nel romanzo (pubblicato la prima volta, postumo, nel 1958 dopo che con il suo rifiuto Elio Vittorini aveva amareggiato non poco l’autore) da farmi dire per scherzo, ma non troppo, che sarei potuta andarci al Rischiatutto, complice anche la successiva ripetuta e rapita visione del magnifico film di Luchino Visconti.
Quindi ero passata all’edizione 1961, sempre cartonata e sempre Feltrinelli, dei Racconti, con prefazione di Giorgio Bassani, che conservo ancora. E’ così che ho conosciuto il senatore siciliano Rosario La Ciura, illustre grecista, che una sera nebbiosa del 1938, nel Limbo di un fumoso caffè torinese, incontra Paolo Corbèra, giovane palermitano trapiantato al nord, redattore de La Stampa. Diventati amici, per quanto potevano consentire la differenza di età e di livello culturale, i due si frequentano fino a che il senatore invita il giovanotto a casa sua, una casa tappezzata delle magnifiche immagini di statue greche antiche. Annunciando un suo prossimo viaggio sul Rex, per partecipare a un congresso a Lisbona, il senatore si abbandona al racconto di un suo giovanile incontro con il prodigio: mentre declamava antichi versi greci a bordo di una barca al largo di Augusta, una sirena era uscita dall’acqua azzurrissima e lo aveva baciato. Ne era nato un amore travolgente, rimasto unico, per la sua irraggiungibilità, nella vita del senatore. Nelle torrida estate siciliana il giovane grecista, unico umano, aveva potuto vivere giorni di “bestiale gioia di esistere, una quasi divina letizia”.



