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Damiano Fedeli: in giro per la Firenze del Colibrì

È una Firenze borghese quella raccontata nelle pagine del Colibrì di Sandro Veronesi, il romanzo (La Nave di Teseo) con cui lo scrittore pratese ha vinto quest’estate il suo secondo Strega. L’orizzonte degli eventi del libro ruota intorno a piazza Savonarola, cuore di quel quartiere che, subito a ridosso del centro storico, è costellato da eleganti palazzi e villini. Lì abitano quelli che qualcuno a Firenze chiamava un tempo “i signori di via Masaccio”, strada che, insieme alle sue traverse e alla stessa piazza, costituiva (e lo è ancora, nonostante il traffico attuale) il quartiere borghese nella Firenze capitale d’Italia del 1865-1871. Un angolo della città ripensata da Giuseppe Poggi, caratterizzato da villette, palazzine eclettiche e liberty. A un passo dai viali, novelli boulevard parigini che rimodellarono la città medievale. Oggi le “signore di via Masaccio” le trovi dai parrucchieri cinesi della zona: li scelgono per il prezzo ma, non fidandosi dei loro prodotti, si portano da casa lo shampoo comprato al supermercato.

Firenze è la città della famiglia del protagonista del libro di Veronesi, Marco Carrera. E qui si svolge buona parte della vicenda del Colibrì che ha anche un altro luogo fondamentale in Toscana, ma sulla costa: Bolgheri, altra località considerata buen retiro borghese, se non addirittura aristocratico.

Rispondendo a fine agosto a una domanda di Edoardo Semmola del Corriere Fiorentino che appuntava “Tra le (poche) critiche che hanno interessato Il Colibrì c’è questa: il romanzo racconta un’Italia troppo borghese, dimenticando quella precaria”, Sandro Veronesi replicava: “Se da un libro ti aspetti il riscatto dal tuo malessere, ti conviene scriverlo invece che leggerlo”. In effetti, perché criticare la scelta di un punto di vista da cui guardare il mondo? 

Nella Firenze del Colibrì, la scorsa estate sono andato a scattare qualche foto. Un viaggio breve, che non rompesse troppo la magia dell’immaginazione che ciascun lettore ha il diritto di avere a proposito delle pagine che legge. In fondo, quando ci si immerge in un romanzo, ciascuno visualizza dentro di sé il proprio mondo, le proprie strade, le proprie mappe. Ciascun lettore immagina a modo suo i volti dei personaggi. Che diritto hanno un fotografo o un regista cinematografico di dire: smetti di immaginare perché questa che ti presento con le mie foto, con il mio film, è la realtà di quel libro? Per questo ho cercato di muovermi in punta di piedi, con la mia Leica al collo. Lasciando al bianconero il compito di rendere le immagini non troppo didascaliche, ma evocative.

Al numero 12 di piazza Savonarola si trova la casa familiare dei Carrera che più volte ritorna nelle pagine del romanzo. Scrive il protagonista al fratello: Sono stato alla casa di piazza Savonarola, a controllare che tutto fosse a posto. Non chiedermi perché lo faccio. Ogni tanto vado a controllare. La casa sta andando in malora piano piano, andrebbe svuotata, messa in ordine, affittata, almeno, visto che di venderla non è proprio il caso, finché dura questa crisi: ma per adesso tutto quello che riesco a fare è andarci, ogni tanto, a controllare che non ci siano perdite d’acqua, guasti, problemi. Che non vada in malora tutta insieme, insomma.

L’edificio è in realtà, almeno parzialmente, una banca. Delusione? No, perché? L’architettura del signorile villino di due piani è proprio quella caratteristica della zona, una tipica casa della borghesia fiorentina. Categoria che, appunto, i Carrera, con il loro amore per gli oggetti di design, puntualmente inventariati nel romanzo in una lettera di Carrera al fratello, incarnano perfettamente.

La casa si affaccia sulla piazza, con il suo giardino. Poco più in là, all’angolo con via Giacomini, avviene un incidente d’auto, episodio che ha un ruolo chiave nella storia. Era domenica, era mattina presto, e piazza Savonarola era scomparsa. Gli alberi erano scomparsi; il cielo era scomparso; le macchine erano scomparse. Non c’era più nulla.

Si trattava di arrivare fino alla fermata di via Giacomini a prendere l’’autobus (gli autobus almeno circolavano) che lo avrebbe portato alla stazione di Santa Maria Novella: cosa, però, improvvisamente diventata difficilissima. Dov’era, infatti, via Giacomini? Era sull’altro lato della piazza, rispetto alla sua casa, lungo il fianco della chiesa di San Francesco, ma – daccapo – dov’era la sua casa? Dov’era la piazza? Dov’era la chiesa?

Per trovare un altro pezzetto della Firenze del Colibrì, bisogna attraversare la ferrovia. E andare nel vicino quartiere di Campo di Marte, in via Frusa, a due passi dallo stadio Franchi. Lì al numero 14, in un elegante palazzo dalla facciata in bugnato (di nuovo, in perfetta sintonia con lo status sociale del personaggio), abitava prima di andare a Parigi l’amata Luisa Lattes con la quale Marco Carrera si scrive per tutto il romanzo. Luisa, Luisa mia, anzi, non mia, purtroppo, Luisa e basta (Luisa Luisa Luisa Luisa Luisa Luisa Luisa Luisa, il tuo nome mi martella e io non so cosa fare per fermarlo).

Mi fermo qui. Non perché non ci siano altri luoghi del Colibrì da esplorare. Ma proprio perché, quando si parla di lettura, a un certo punto le immagini si devono saper fermare. Ciascuno ha il diritto – anzi, il dovere! – di prendere quelle pagine e portarle nella propria città, nel proprio immaginario. Perché, se i luoghi sono contingenti, le storie che raccontano i romanzi, quelle sono universali.

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