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Viaggio d’autunno verso casa

Cominciamo dall’inizio, o meglio dalla fine, per poi andare a ritroso e trovare il punto di partenza. Mi spiego meglio. Autunno, pare, è una parola che deriva dal latino. Siamo a pagina 233, una delle pagine conclusive del libro Autunno. Il tempo del ritorno di Alessandro Vanoli (Il Mulino).

Due anni fa lo storico bolognese si è messo all’anima una quadrilogia sulle stagioni. Una impresa, pari forse solo a una “corsa” alpinistica sugli Ottomila himalaiani, di cui ha ormai conquistato tre vette, Inverno, Primavera e adesso l’altra mezza stagione, per molti versi la cresta più impervia.

Dunque Autunno deriva da verbo augere che significa aumentare, arricchire. Se si va ancora più indietro si trova la radice sanscrita “av” o “au”, saziarsi, godere. Che bell’autunno succulento avevano gli antichi.

Tutt’altra stagione che la nostra, quella che oggi, per complessa elaborazione culturale, è affascinante per i colori delle foglie accese come di una luce interna, per i frutti saporiti, l’uva, le castagne, le mele nuove, i funghi, ma anche, come i funghi che nascondono all’interno insidiose tossine, rappresenta un periodo malinconico, un ponte proteso verso l’inverno, che ci sorprende con le nebbie improvvise, l’umidità che lucida le strade e alimenta dubbi e presagi.

In autunno fioriscono i crisantemi, che in Giappone simboleggiano longevità e buona fortuna ma noi usiamo per salutare e onorare i morti. Certo, nelle nostre sensazioni e nei nostri ricordi tutto si mescola un po’. Tornando indietro nella costruzione di quel fenomeno culturale che è una “stagione” un po’ si distingue e un po’ si mescola un po’ si “partisce” (direbbe un vecchio toscano per dire dividere) e un po’ bisogna “spartire”. Le foglie secche, o meglio quelle in bilico sull’albero, sono la grande icona di questo itinerario autunnale che intreccia storia della meteorologia con la storia dell’arte, dell’agricoltura, della musica, dell’economia.

Così si va indietro nei secoli, verso l’epoca delle streghe e della festa del Rosario, tra miasmi melancholici e sbronze da taverna. Indietro nel pieno dell’autunno del Medioevo, che non si fece intimidire dalla povertà e anzi, con Francesco, ne fece energia spirituale ancora ardente. Indietro ancora verso la Cina di Confucio, le osservazioni di Plinio, verso il Dioniso greco trionfante incoronato di pampini. Indietro verso il primo fuoco che gli antenati del neolitico tennero vivo per scaldarsi, ma anche per farne un segnale da seguire per tornare a casa.

E siamo a pagina 1 del libro. Dice Vanoli che vivere l’autunno è come tornare a casa. Dove ci aspettano fuoco, castagne da sgranocchiare, un po’ di vino caldo. E magari anche un buon libro come questo, che ci fa capire quante stagioni abbiamo attraversato per diventare, nel bene e nel male, quelli che siamo.

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